Il Gianduiotto. Ora come allora.
Immaginate un cicôlatè di inizio Ottocento. Il blocco continentale napoleonico ha reso introvabile (e quindi carissimo) il cacao, la materia prima del suo lavoro, la base della sua arte, l’origine del suo sostentamento. Il rischio è di lasciare Dame e Signori privi di quel piacere con cui la Torino Reale li ha viziati. Ma… il bisogno aguzza l’ingegno! La penuria di ingredienti si trasforma nella sapiente ricerca di metodi alternativi di lavorazione. Dobbiamo quindi ringraziare Napoleone se a qualche artigiano viene in mente di miscelare al poco cacao disponibile le speciali nocciole tonde e gentili del Piemonte dopo averle tostate e sminuzzate. Nasce così la cioccolata Gianduia, tenuta a battesimo proprio dalla famosa maschera torinese che nel 1869 premia la bontà straordinaria di questi cioccolatini accordando loro l’onore di portare il suo nome. La ricetta di questa golosità è semplice: nocciole, zucchero e cacao. Eppure solo i cioccolatai più esperti hanno la perizia necessaria per lavorare fino alla giusta densità la pasta con cui viene poi formato manualmente il cioccolatino dalla caratteristica forma a spicchio. E non è tutto… il gianduiotto colpisce subito la fantasia con il suo aspetto prezioso perché è il primo cioccolatino vestito: la sua confezione di carta dorata rappresenta un’affascinante novità e rimarrà un segno distintivo fino a oggi. Oggi… eh già… e oggi? C’è ancora chi produce i gianduiotti artigianalmente nel totale rispetto della ricetta tradizionale, con gli ingredienti migliori e una cura d’altri tempi. La confezione che avete fra le mani racchiude l’opera del Maestro Cioccolataio del Bicerin, lo storico locale noto per aver creato la famosa bevanda calda torinese, prediletta dal Conte di Cavour. Ma questa è un’altra, deliziosa, storia…

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